I primi segnali di insorgenza dell’Alzheimer sono rilevabili dal linguaggio parlato

analisi del linguaggio

Riuscire ad individuare l’insorgenza di una malattia prima della sua definitiva evoluzione può facilitare le cure e i rimedi terapeutici.

Uno studio tutto italiano condotto presso l’Università di Bologna e pubblicato sulla rivista Frontiers in Aging Neuroscience, ha utilizzato l’analisi del linguaggio come fattore di predizione per il morbo di Alzheimer.

Come sappiamo la sindrome di Alzheimer determina un declino cognitivo del soggetto che progredisce negli anni e il più delle volte la manifestazione della malattia è visibile solo quando i disturbi di demenza risultano ben evidenti.

Riuscire ad intercettare la malattia prima della sua diffusione, quindi, potrebbe favorire una risposta di cura più efficace.

La ricerca condotta ha preso in esame 96 soggetti, una parte dei quali con dei segnali di primo deterioramento cognitivo, una condizione che può precedere all’Alzheimer. Per l’esperimento è stato richiesto ai partecipanti di descrivere a parole un’immagine, una giornata di lavoro o un sogno ricorrente.

Le risposte raccolte sono state successivamente esaminate utilizzando delle tecniche di elaborazione del linguaggio capaci di analizzare il peso di variabili linguistiche come il lessico, le parole, la sintassi, il suono.

<<Con il nostro lavoro siamo riusciti a dimostrare che nel linguaggio parlato dei pazienti con deterioramento cognitivo lieve sono presenti specifiche alterazioni che, pur non essendo riconosciute dai test neuropsicologici di uso clinico, possono essere catturate da strumenti di analisi dei tratti linguistici>>, hanno confermato i ricercatori evidenziando un legame tra disturbi linguistici e deterioramento cognitivo.

Le alterazioni individuate, come detto, non possono essere rilevate dai test neurologici convenzionali e, pertanto, rappresentano un’arma di predizione in più per la malattia dell’Alzheimer.

Individuare per tempo alcuni segnali nascosti nel linguaggio parlato, infatti, potrebbe favorire delle diagnosi precoci della sindrome ma anche lo sviluppo di cure più efficaci per i pazienti affetti da demenza cognitiva.

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Articolo pubblicato il 15 novembre 2018 da:

Paolo Carta è nato a Roma il 10 gennaio 1978. Dopo la maturità scientifica consegue un Diploma Universitario per Tecnico Sanitario di Laboratorio presso l’Università degli Studi di Torino. Nel 2008 intraprende la carriera universitaria presso Tor Vergata (Roma) e consegue una laurea specialistica in Biotecnologie Mediche. E’ il responsabile editoriale del portale sin dalla sua messa online.