Bere caffè: c’è chi può farlo di più, chi può farlo di meno…

bere caffè

Il caffè è una delle bevande più consumate al mondo. Il suo effetto di maggior carica ed energia rappresenta per noi una vera e proprio ancora di salvezza per poter affrontare la giornata quando iniziamo ad accusare una profonda stanchezza.

La caffeina, che è contenuta nella bevanda del caffè (e non solo), interviene proprio nei processi di generazione della stanchezza a livello neuronale determinando in noi l’effetto di sentirsi più svegli e carichi. Questo particolare effetto eccitante che la caffeina crea, però, non è uguale per tutti. C’è chi non può bere caffè perchè altrimenti non riesce a riposare bene e chi può bere caffè anche in tarda serata senza patire alcun disturbo di insonnia o agitazione.

A cosa si deve questa particolare differenza? Secondo uno studio pubblicato dall’Institute for Scientific Information about Coffee i consumatori di caffè si possono dividere in tre gruppi in base alla propria sensibilità alla bevanda: alta sensibilità, media sensibilità, bassa sensibilità.

La sensibilità al caffè dipende da un enzima in grado di ridurre del 95% gli effetti della caffeina sul nostro corpo. La produzione di questo enzima dipende, a sua volta, da un gene, chiamato CYP1A2, che è in grado di metabolizzare molto rapidamente il caffè.

Nei soggetti in cui il gene CYP1A2 risulta attivo l’effetto della caffeina è ridotto. Quindi: nei soggetti ad alta sensibilità c’è una produzione ridotta dell’enzima e la caffeina ha un controllo maggiore del nostro sistema nervoso; nei soggetti con media sensibilità gli effetti della caffeina e la presenza dell’enzima riescono a bilanciarsi fino a un numero massimo di 3-5 caffè al giorno; nei soggetti a bassa sensibilità, infine, la presenza di grandi quantità dell’enzima consente alla persona di bere tanti caffè durante il giorno senza aver alcun effetto collaterale.

Il gene CYP1A2, quindi, rappresenta uno dei principali elementi che condiziona la nostra capacità di metabolizzare la caffeina. Secondo gli esperti, però, esistono tanti altri fattori soggettivi da considerare in questo processo; variabili genetiche come l’età, il sesso, le malattie, la forma fisica e anche il fumo di sigaretta: chi fuma, infatti, riduce gli effetti della caffeina in maniera molto più veloce del normale.

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Articolo pubblicato il 15 giugno 2018 da un nostro autore

Paolo Carta è nato a Roma il 10 gennaio 1978. Dopo la maturità scientifica consegue un Diploma Universitario per Tecnico Sanitario di Laboratorio presso l’Università degli Studi di Torino. Nel 2008 intraprende la carriera universitaria presso Tor Vergata (Roma) e consegue una laurea specialistica in Biotecnologie Mediche. Dal 2014 è Dottore di Ricerca in Biologia e Medicina Sperimentale presso l’ateneo capitolino.